il CoronaVirus ci ricorda che…

… che questo è il primo Governo palesemente iper-statalista della storia della nostra Repubblica.

Esso esprime una cultura collettivista, che vorrebbe i cittadini dipendenti dalla mano pubblica e che mette in campo ricette economiche, che vanno nella direzione di un puro assistenzialismo.

Dal Governo, sentiamo continuamente invocare “più stato”, “più politica”, “più intervento pubblico” (assolutamente fuori delle logiche di mercato, oggi insostituibili), “più dipendenti pubblici” (in continuo aumento, mentre andrebbero ridotti), “più spesa pubblica corrente” (pericolosamente in costante crescita, mentre andrebbe fermata, prima che sia troppo tardi), “più soldi a tutti” (purtroppo distribuiti a pioggia, sommati confusamente a strumenti già esistenti, mentre andrebbero distribuiti su prospettive misurabili).

Inoltre, col nostro debito pubblico monstre, sentiamo continuamente chiedere più debito pubblico (il quale, all’incontrario, andrebbe dimezzato, o, come minimo, ridotto di un quarto, per allinearci ai Paesi più evoluti e più affidabili).

Debito, che, pericolosamente e con incredibile velocità, è già attorno al 160% del PIL _ rispetto al 135% del 2019 _ che significa l’Italia verso il tracollo!

E, dobbiamo dirlo con fermezza, il Governo non attua le necessarie riforme strutturali (che stiamo attendendo da troppi anni ed oggi non più derogabili), non ha una politica industriale (necessaria per orientare il processo di trasformazione strutturale dell’economia), non mette al centro l’impresa (che crea occupazione, reddito, prodotti e servizi, ricchezza del Paese), non dà priorità al lavoro ed alle attività private (che sono fondamentali).

Inoltre, purtroppo, non mette minimamente in agenda il necessario taglio della Burocrazia (dannosissima, costosissima, insopportabile, freno tirato per qualsivoglia attività e per chi ha volontà di fare, per chi vorrebbe investire).

Si nota chiaramente che il Governo non sta dando l’impulso necessario alla ricerca scientifica e industriale (indispensabili per continuare ad essere uno dei grandi Paesi), all’innovazione, alla tecnologia, alla digitalizzazione (che ci consentirebbero di modernizzare il sistema), alla crescita delle Imprese (necessarie per sviluppo e posti lavoro).

Dobbiamo ricordare e ribadire con forza, che una tragedia economica, sarebbe una tragedia sociale, un dramma per la stragrande maggioranza dei cittadini.

Avremo assoluto bisogno di rendere velocemente efficiente, di modernizzare, meglio dire di ridisegnare, la macchina pubblica, quella legislativa, quella fiscale (che, oltre allo strumento necessario per il gettito, dovrebbe essere una leva di competitività), rivedere radicalmente il sistema di lavoro dei dipendenti pubblici (oggi anacronistico), ma, di tutto questo, non si intravede nulla.

Dovremo adeguare anche i contratti di Lavoro dell’industria, formulati quando era prevalente nelle fabbriche il modello fordista-taylorista, mentre oggi dovremo ragionare di Digitale, di Smart manufacturing, di Metodologie di processo, di Produttività, di Corresponsabilità, ed altro.

Se non si cambia velocemente rotta, se non avremo un nuovo Governo con una visione “non statalista” (da rimarcare che l’economia non si salva e tantomeno si sviluppa con lo statalismo), ci dimenticheremo per parecchi anni quello che eravamo fino ad oggi: la sesta potenza al mondo, un tenore di vita in linea con i Paesi più evoluti, una riconosciuta inventiva ed una capacità di realizzare soluzioni, prodotti e servizi apprezzati e acquistati in tutti i continenti, un export con significativi numeri in continua crescita, una adeguata assistenza sociale.

Inoltre, ci dimenticheremo che eravamo fra i primi al mondo nei diversi settori del manufacturing, del food, dell’abbigliamento, dell’arredo-legno, della plastica, dell’edilizia, delle costruzioni navali, delle lavorazioni di oro e materiali preziosi, del turismo, tanto per ricordare i più significativi.

Continuando così potremo, in breve tempo, diventare una società assistita, dove la maggioranza dei poco produttivi, dei tira a campare, dei non produttivi, diventerebbe predominante, con la conseguenza che il nostro star bene verrebbe velocemente ridimensionato e saremo dominati da lenta recessione e da debiti.

I nuovi assistiti vivrebbero in una situazione di dipendenza dalla mano pubblica, con modeste capacità di spesa e, più di qualcuno, con disagio sociale.

Si consumerebbe il dramma che l’assistenzialismo di chi lavoricchia, o non lavora, o è inefficace, diventerebbe maggioranza nel Paese e convivrebbe con la minoranza di chi lavora, rischia, investe, crea occupazione, produce valore, genera ricchezza, sopporta la esasperata burocrazia ed i tempi biblici della giustizia, di chi paga le tasse (molto alte, se paragonate a quelle di altri Paesi).

Cosa aspetta il Governo a ridimensionare Quota100 (che non ha funzionato e non funziona, ci costa non poco, ha appesantito il sistema delle Pensioni, ci priva delle risorse umane necessarie ed ancora in età di poter esprimere con vigore le proprie caratteristiche, un regalo ai dipendenti pubblici), a cancellare i Navigator (un fallimento annunciato, un qualcosa di demotivante, ingiustificati costi per la collettività), a dire basta alle continue assunzioni di dipendenti pubblici e parastatali (con costi non più sostenibili nei prossimi anni), a fermare la crescita del già impressionante debito pubblico (tangibile rischio di tracollo per il Paese), a eliminare l’idea di statalizzare e di nazionalizzare (improponibili ai giorni nostri e con immediati e futuri danni per il Paese, facili da immaginare).

Ma, preoccupa anche la miopia di chi ci governa, che non avvia un minimo progetto di “semplificazione”, che renderebbe più alacre e dinamico il Paese.

Se poi aggiungiamo, ma speriamo sia stata una “svista”, perché sarebbe difficile da razionalizzare, che la responsabilità di avere un lavoratore dipendente contagiato da CoronaVirus è del Datore di lavoro, dell’Imprenditore, di chi crea Economia, Occupazione e Benessere, saremo all’incredibile, al patologico.

Si, saremo al patologico, perché l’imprenditore, che già è un “eroe” a fare impresa in Italia, si dovrebbe trasformare in un premio Nobel della medicina e dimostrare che il contagio non è avvenuto in azienda, accollandosi comunque, oltre al resto, obblighi, costi, perdite di tempo, maree di documenti da compilare, dispendio di energie, incertezze, ansie di come andrà a finire, togliendo preziosissimo, a volte indispensabile, tempo all’azienda.

Questo scenario ci porta a fare una considerazione matematico-metodologica: se continueremo così, se non invertiremo velocemente la rotta, fra all’incirca sei-cinque anni, non ce la faremo più a pagare (a rimborsare) chi ha lavorato, lavorato pagando impegnativi contributi per avere una pensione, e non avremo più i servizi essenziali, le basi sociali della libertà democratica, e i fondamentali di un Paese civile.

Si nota che in diverse persone c’è volontà, potremo dire adeguata consapevolezza, a pensare, riflettere, elaborare scenari percorribili, a individuare miglioramenti, innovazioni e cambiamenti organizzativi ed operativi nelle Aziende, tanto che, durante alcuni confronti fra Manager e Consulenti d’impresa, che operiamo maggiormente nel  Manufacturing, è chiaramente emerso, con numeri alla mano, che ci sono potenzialità inespresse e indubbie opportunità da poter cogliere, a patto che siano messe in primo piano le Infrastrutture (come volano immediato di economia e occupazione), le Imprese ed il Lavoro (come motore di continuità e di veloce ripartenza), il Turismo (come risorsa immediatamente disponibile, da sfruttare subito), la Scuola (come fattore indispensabile per tenere il passo coi tempi, anche realizzando poli universitari di eccellenza internazionalmente competitivi), la Ricerca (come fattore chiave per lo sviluppo di oggi ed in prospettiva), la Pubblica amministrazione (come drastico cambiamento di metodo, di efficienza, di servizio ai cittadini, di minor dispendio di energie per tutti).

Siamo convinti che le imprese, con i riconosciuti Valori che le hanno sempre caratterizzate, potranno recuperare. entro la fine del prossimo anno, buona parte del business lasciato per strada in questo anno.

Gli italiani del settore privato hanno caratura, spessore, caratteristiche, impegno, mezzi e metodi per realisticamente poter cogliere le notevoli opportunità che ci sono e che si stanno velocemente presentando, oltre a quelle che emergeranno dai continui studi e ricerche che giorno dopo giorno imprenditori e aziende mettono in campo, e potremo diventare anche un Paese attraente per gli investitori, che oggi non vengono certo da noi, con il rischio Paese che stiamo attraversando.

Ovviamente, questo vale per le persone (e sono la grande maggioranza) che hanno volontà, coraggio, intraprendenza, capacità, voglia di mettersi in gioco, o per chi ha “fame” di risultati, di successo, di misurarsi sui numeri.

Riscoprire la consapevolezza che – con le PMI a quasi il 70% del valore industriale non-finanziario ed all’incirca all’80% della forza lavoro – siamo in grado di competere con prodotti e servizi di riconosciuta alta qualità in tutti i Paesi del mondo, darebbe la necessaria fiducia e la relativa spinta alle Regioni più dinamiche ed alle Regioni oggi meno dinamiche e meno pronte a competere.

Fiducia, in quanto l’Italia ha un vigoroso e invidiabile settore privato, solide basi tecnologiche, affermata creatività, invidiata cultura (abbiamo circa il 60% del patrimonio artistico della terra), dimostrate capacità di fare quello che i vari momenti richiedono, di essere uno dei Paesi più importanti dell’universo.

Fiducia, che arriva anche dal neo-Presidente di Confindustria che, con forza – e questo non accadeva da almeno dieci anni – ha giustamente criticato il Governo, ad esempio, sulla politica assistenzialista, sulla ipotesi di entrata dello stato nel capitale delle aziende private che vengono aiutate, sulle statalizzazioni, sulle nazionalizzazioni, sulle tasse, sull’Irap, sul reddito di cittadinanza (più realisticamente potremo definirlo reddito di fannullaggine per buona parte dei casi e che rappresenta un costo continuo ed un tangibile disincentivo a cercar lavoro).

Fiducia, che proviene dalla nuova generazione, all’incirca 23-43 anni, che, come dimostrato, hanno le giuste capacità e qualità per essere artefici della ripartenza e dello sviluppo dell’Italia, specialmente se aiutati, ripeto aiutati, non coordinati o condotti, da anziani che mettano a disposizione le loro conoscenze ed esperienze, per essere utilizzate a produrre beni e servizi, ad aiutare chi lavora.

Fiducia nelle Persone che lavorano, specialmente nel privato, che creano quelle straordinarie eccellenze del Made in Italy, apprezzate e acquistate nel mondo.

Fiducia che, sui paradigmi richiamati, potremo continuare a produrre risultati in linea con i Paesi più evoluti, più dinamici, più competitivi e ripartire da subito, dopo la “pausa” per CoronaVirus, con le nostre capacità, qualità, coraggio, intraprendenza, che ci contraddistinguono, e con meno incertezze sul nostro futuro.

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