La crisi economica, le sue radici, le possibili soluzioni

Fin dall’inizio della rivoluzione industriale si parlava di sopravvivenza dell’impresa e si stimava l’efficienza relativa di differenti dimensioni di impresa, per capire se questa industria poteva o meno essere concorrenziale, in altri termini, se aveva o meno la forza di vivere o sopravvivere.

Le imprese industriali venivano divise in classi dimensionali ed in classi di costi di produzione, ed una diminuzione della quota nel tempo indicava una dimensione inefficiente e viceversa.

Interpretavano la dimensione come portatrice dei vantaggi sistematici nelle attività di ricerca, nella raccolta di fondi, nella pubblicità, nella diversificazione, nella possibilità di rischiare nuovi prodotti, nella velocità di crescita di alcuni lavoratori, potendo scegliere fra tanti.

In altri termini, le grandi imprese erano viste semplicemente come raggruppamenti di piccole imprese, ma con le economie di scala, già allora concettualmente presenti.

Anno dopo anno questi confronti, queste teorie, queste visioni, venivano smentite totalmente, o in parte, in quanto, sempre di più fino ai giorni nostri, era il marketing, ovviamente abbinato al prodotto, a consentire ad un’impresa di svilupparsi, in alcuni casi di esplodere in positivo, in altri, se errato, o fuori mercato, morire.

E via in questo affascinante, indubbiamente teorico, ma, pieno di razionalità e di forti motivazioni, dialogo e confronto.

È utile, è opportuno, ricordare gli anni settanta, per farci una ragione che oggi potremo farcela, anzi, sicuramente possiamo farcela, nonostante la pandemia mondiale, l’incapacità dei politici europei e italiani in primis, la straordinaria crescita dei Paesi emergenti.

Negli anni settanta l’economia era messa a dura prova dal continuo aumento del prezzo del petrolio, dalla fragilità della manifattura in Italia, dalla contrapposizione sindacato / impresa, dalla scuola che non si sapeva adeguare ai tempi, dalla non organizzazione dello Stato, per citare le più significative.

Poi, come sempre non esiste il motto perpetuo, ne venimmo fuori, perché rientrò la crisi del petrolio, ma, soprattutto iniziarono ad essere sperimentate e utilizzate nuove tecnologie.

Oggi, la consapevolezza che si parli troppo poco, o non se ne parli affatto, di Impresa, di Imprenditori, di coloro che ci hanno consentito di migliorare, crescere, sviluppare, esprimere le proprie potenzialità, modernizzare, vivere bene, avere le basi per una vera società civile, preoccupa al punto tale di non aver nemmeno il coraggio di reagire, reagire al farci sovrastare da chi parla, da chi dialetticamente si mette in mostra, da chi esprime solo vocaboli, da chi urla di più, senza però fare nulla di concreto.

Oggi si è costretti a riparlare di sopravvivenza, visto che avremo assoluto (imprescindibile) bisogno di rendere velocemente efficiente, di modernizzare, meglio dire di ridisegnare, la macchina pubblica, quella legislativa, quella fiscale, di rivedere radicalmente il sistema di lavoro dei dipendenti pubblici, di creare delle università di eccellenza, di ridurre la spesa pubblica corrente, di avere una classe politica degna di questo nome, di avere dei dirigenti pubblici diversi da quelli che, purtroppo, vediamo o non vediamo, anche se sappiamo che ci sono e ci costano, ma, di tutto questo non si intravede nulla.

La storia ci insegna che le persone di talento hanno capacità di visione, non si arrendono, cercano nuove strade, mettono in moto scenari, costruiscono valori.

Il nostro futuro sono le prospettive: scommettere sui giovani, sugli imprenditori, su chi crea economia e lavoro, su chi guarda avanti lavorando, facendo, costruendo, non aspettando gli altri, che non esistono.

Il nostro futuro lo avremo se sapremo con forza e velocissimamente dire basta ai parassiti della società, a chi sparla solo, a che vive troppo bene di sole parole, mai di fatti sostanziali, ai signori del no, oggi malauguratamente di moda.

L’Europa e l’Italia verranno marginalizzate dallo spostamento dell’economia verso Paesi nuovi, se non interverremo con idee, con slancio, con creatività, più uniti di oggi, con programmi uniformi, senza paura di commettere errori, che ci stanno, puchè fisiologicamente contenuti entro i conosciuti parametri.

La continua nascita di strumenti finanziari è stata il paravento dell’inizio del declino dell’Economia e del Lavoro in Europa, spostati verso altri lidi, senza che magari ce ne rendessimo conto appieno e intervenissimo con convinzione e mettendo in pratica correttivi.

Partendo dal dato che la produzione manufatturiera mondiale è cresciuta negli ultimi dieci anni, la dimostrazione di alcune difficoltà che ci stanno (che ci dovrebbero stare) a cuore, sono rese evidenti dal calo di all’incirca 16 punti percentuali degli investimenti mondiali verso l’Europa negli ultimi dieci anni, rispetto alla crescita nello stesso periodo di all’incirca 10 punti percentuali verso altri Paesi, ad esempio Asia, Russia, Brasile, ecc.

Si sono spostate e, peggio, si stanno spostando, intere produzioni.

Se poi osserviamo la Produzione mondiale dell’industria manufatturiera vediamo che è cresciuta negli ultimi dieci anni a doppia cifra in Cina, più del tre percento in India, in Brasile, e in alcuni altri lontani Paesi, mentre è diminuita in Italia di circa il due percento.

In America, per rammentare un dato statistico utile, è diminuita di, all’incirca, dieci punti.

In dieci anni i volumi delle transazioni economiche di prodotti manufatturieri è più che triplicato nei Paesi emergenti, mentre è soltanto raddoppiato nei Paesi avanzati.

Nel nostro grande Paese le imprese che nascono sono inferiori alle imprese che spariscono e, per citare un numero, nell’ultimo triennio sono all’incirca trentamila le imprese che hanno definitivamente chiuso i battenti.

Ma questa non è la fine del mondo, ci può stare, se sapremo trovare strade alternative.   

Il computer prima, internet poi, l’innovazione tecnologica ed il digitale ora, hanno consentito una continuità economica in linea con le attese del mondo occidentale e consentono ancor oggi di poter competere e vincere.

Ma ci dovremo obbligatoriamente chiedere per quanto tempo ancora.

Nel nostro Paese, ma anche, se pur non trasversalmente così in Europa, tutto dipenderà dal valore che daremo all’impresa ed all’Imprenditorialità, alla meritocrazia ed alle iniziative private, all’Università ed alle Facoltà di eccellenza, a chi ha voglia di fare rispetto ai parassiti, a chi vuole avere un recupero, obbligatoriamente ricambiato, nella ormai dilagante sfiducia nello Stato e nella giustizia.

E, tantissimo dipenderà da come sapremo eliminare, anche parzialmente, la nostra assurda, inspiegabile, burocrazia: vero freno a mano, vera demotivazione a fare, vero disincentivo a investire, veri costi diretti ed indiretti inutili, dimostrato disincentivo a guardare avanti con fiducia, basi essenziale del fare.

Ma, molto dipenderà dall’Italia e dall’Europa, se sapranno trovare un modo inedito di un nuovo modello produttivo, di un innovato modello economico e del lavoro, di mettere in pratica una vera politica industriale in grado di realizzarlo, di credere assolutamente nel privato.

Si dovrà partire dall’innovazione, mettendo concrete basi di ricerca ed operative, come dimostrano millenni di storia, si dovranno dare assolute priorità alla capacità di riorganizzare e innovare il modo di produrre, le attività produttive, le tecnologie ed i materiali da adottare.

Per il nostro Paese, dovremo obbligatoriamente valorizzare ancor di più intraprendenza, creatività, design, qualità di prodotto e di servizio, in estrema sintesi le nostre dimostrate e riconosciute nel mondo capacità, e tutto questo ci consentirà di ripartire, senza troppa paura e preoccupazione per il nostro immediato futuro.

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