Innovare per essere impresa, oggi.

Ogni giorno di più uno dei temi prioritari delle Imprese è quello della Innovazione, ma, attenzione a quale innovazione ed in che tempi.

Con la riduzione del tempo di rimanere sul mercato dei prodotti, con la concorrenza che, in diversi settori, cresce e preme con frenetica continuità, l’Innovazione diventa l’ingrediente necessario per avere continuità di Lavoro ed Economia, di Sviluppo e Capacità di investire, di avere Validi e Innovativi collaboratori, di poter essere Competitivi e Vincenti sul mercato.

Attenzione però, a non diventare un laboratorio di ricerca e sviluppo, a non innovare pur di far qualcosa di moderno, di nuovo, a non anticipare troppo i tempi, perché gli investimenti non rientrerebbero nei tempi opportuni, nei tempi necessariamente obbligatori.

Le esperienze insegnano che una impresa solo creativa può non avere la capacità di capitalizzare, e la storia industriale è piena di esempi dove le imprese di successo non sono solo quelle in grado di innovare continuamente i prodotti, ma, maggiormente, quelle in grado di sviluppare nuovi modelli, in linea con le richieste di mercato.

Sono anche quelle che prendono le innovazioni altrui e su di esse costruiscono il proprio diversificato business, elaborando nuovi metodi di produzione, di distribuzione e di vendita.

Ci sono lungimiranti imprenditori che non hanno inventato il prodotto, ma hanno rinnovato e velocizzato la produzione in serie, o creato nuovi sistemi di distribuzione, come ad esempio quelli diretti al consumatore, o alla distribuzione dinamica.

Innovazione può significare anche, molto significativo per i risultati economici e di fidelizzazione delle risorse umane, studi di settore e di mercato, analisi su quali siano le nuove tecnologie e su come possono essere utilizzate.

Un metodo di lavoro serve a rendere l’impresa più efficiente, ma la tangibile innovazione nasce quando si accende una luce, si pensa e si traduce una idea in una soluzione, in un prodotto, in un servizio, oppure, in parole attualissime, in un mercato.

Innovare, strada obbligata per le imprese di oggi, può significare anche, e non solo, tenersi costantemente aggiornati su nuovi sviluppi tecnologici ed essere ricettivi nei confronti di nuove idee, specialmente quelle che provengono da ambienti poco o per nulla conosciuti.

Ma, soprattutto, essere flessibili e pronti a togliere di mezzo, a eliminare, idee prestabilite, a non dire l’esperienza mi insegna, ma, dire l’esperienza potrebbe farmi pensare che è valido solo quello che conosco, che mi dà garanzie, in quanto me le ha sempre date.

Innovare, per una impresa vincente, può voler dire essere orientati al cliente, modellare la soluzione tecnologica sulle esigenze del cliente, sulle richieste di una molteplicità di soggetti, di situazioni.

Innovare in ogni caso non significa solo cultura e sistematicità orientati al prodotto, ma anche cultura e visione del mercato, delle esigenze del consumatore, del confronto indiretto con i competitor (oltretutto, i veri motori del mercato), di non avere una visione monopolistica (perché si può esserlo, ma sarà di beve o brevissimo periodo).

Una impresa guidata da un innamorato, o, peggio, da un vincolato, del prodotto, da chi stravede per il prodotto, ha i tempi contati, ha il decadimento dietro l’angolo.

Viceversa, una impresa che, al valido prodotto, unisca, con maggior potere decisionale, il mercato, è una impresa di successo; è’ un’impresa dove gli investimenti dei soci o dei finanziatori industriali rientreranno e gli utili verranno distribuiti negli anni.        

Innovare, sicurissimamente si, ma, tenendo ben presente, facendo propri, alcuni utilissimi, significativi, a volte indispensabili, passaggi, studi, esperienze, qui sopra evidenziati.   

          

Il Veneto imprenditoriale, ieri e oggi

Nel Veneto le Aziende, pur con forti difficoltà dovute a incredibile burocrazia, inefficace amministrazione pubblica, mancate infrastrutture, incomprensibili comitati del no, esagerati costi della politica, vari intralci pubblici difficili da credere se non si provano, ma con la lodevole lungimiranza di chi vuole farcela, di chi ha fame di successo, di chi ha “i calli” nelle mani e nella testa, di chi conosce che con tenacia e volontà tutto si può fare, hanno continuato a resistere, si sono sviluppate, ne creano continuamente di nuove.

Le imprese hanno saputo trasformare, migliorare, adeguare, con continuità nel corso degli anni, processi di produzione, qualità dei materiali, design, tipologie di lavorazione, soluzioni di prodotto, logistica interna ed esterna, e, non da ultimo, implementare tecnologie all’avanguardia e innovativi sistemi informatici, per poter competere e poter esportare nel mondo.

In estrema sintesi osserviamo che negli anni ottanta i prodotti italiani si distinguevano per la qualità delle lavorazioni e per i particolari, che soddisfacevano l’occhio, negli anni novanta per il design ed il piacere nell’utilizzo, negli anni duemila per l’innovazione di prodotto e qualità dei materiali, oggi per le soluzioni all’avanguardia tecnologicamente e le personalizzazioni, per assecondare le molteplici e diverse esigenze e richieste del mercato.

I passaggi da una fase all’altra di solito non sono pianificati, non seguono un percorso prestabilito, non sono il risultato di una continua, pur naturale, ricerca di fare meglio degli altri, di essere in grado di competere, di aver successo, sono frutto della capacità e dell’inventiva imprenditoriale e industriale e, in alcuni casi, delle invenzioni dei giovani che entrano nelle aziende.

Ricorderò sempre un Imprenditore nel campo delle cucine in legno che mi disse, mentre facevamo una analisi dei processi di produzione per implementare il loro primo sistema informativo gestionale “ma, se io cambio il modo di mettere assieme i vari componenti, devo buttare via il sistema che, con sacrifico e incertezza, ho acquistato” “perché stanotte pensavo di cambiare radicalmente il modo di aprire le antine” “di assemblare pezzi privi di giunture visibili” “di lavorare con più materiali”.

Un altro Imprenditore di prodotti realizzati con materie plastiche mi diceva “devo progettare nuovi modelli tenendo ben presente anche il processo di produzione, che sarà molto differente” “devo inserire dei terzisti” “perché, diversamente, resto fermo e gli altri corrono”. “Ma, tutto questo mi porterà a essere più bello e poi morire coi debiti???”, “perché dovrò buttare via investimenti fatti ed il costoso in tutti i sensi sistema informativo gestionale???”.

Faccio questi concreti esempi per dire come, pur non pianificato, non studiato a tavolino, non frutto di una ricerca di mercato, non analizzato dal punto di vista costi benefici, avveduti imprenditori avessero sempre la testa in movimento ed il loro tempo così detto libero, venisse viceversa sempre occupato da concrete, misurabili, invenzioni e soluzioni da portare in azienda.

Perché questi sono gli imprenditori, questa è la classe imprenditoriale, che hanno contribuito alla grande a cambiare il Veneto ( https://www.regione.veneto.it/ ), da Regione contadina a Regione industrializzata, da povera ad agiata, da semi analfabeta ad un po’ scolarizzata, con imprese di tutte le dimensioni, che nascevano come i funghi, con una volontà e creatività difficili da commentare.  

Dobbiamo ricordare che l’innovazione, in molti casi, anche nel recente passato, a volte non aveva nulla a che vedere con le disponibilità, o non disponibilità, di risorse economiche, perché non si tratta di soldi, ma di idee, di inventiva, di intuizioni, di persone capaci che si hanno a disposizione, di come queste vengono motivate e guidate, di come ci si crede in assoluto e si va avanti nonostante le incredibili difficoltà burocratiche.

Nelle imprese che vogliono vivere o sopravvivere ai giorni nostri, oltre alla crescita della produttività, alle minori e assurde pastoie burocratiche, dovrebbe esserci, obbligatoriamente, la piena considerazione dell’innovazione, di processo e di prodotto.

Ma, quanto evidenziato, non basta per poter competere, in un mondo in continua evoluzione, perché necessitano le infrastrutture abilitanti, come ad esempio l’informatica, l’energia, la viabilità, la disponibilità regolata di non dover aspettare anni per avere dei permessi da parte delle autorità proposte, o a volte, avere delle non comprensibili carte, frutto di pura invenzione, irrazionale.

Dare, in altri termini, centralità alle imprese, incoraggiarle alla produttività, sostenere e non penalizzare la manifattura e l’export.

No, assolutamente no! dire che bisogna statalizzare imprese, che bisogna nazionalizzare servizi, come, purtroppo per chi scrive, sentiamo di continuo dai nostri attuali politici, che ci governano.

Abbiano bisogno che la politica aiuti a modernizzare, a evolvere le tecnologie, ad attrarre investitori, a realizzare infrastrutture, no a penalizzare sempre il privato, la vera forza della Regione e del nostro Paese, sempre più penalizzato da assurda, inconcepibile burocrazia.

Privato che lavora e paga, sempre e comunque, senza ricordare i ragguardevoli danni delle statalizzazioni, quali per ricordarne alcune, l’acciaio, i panettoni, le autostrade, Alitalia.

La forza degli Imprenditori e delle Imprese del Veneto, ci sono pochi dubbi, ce la faranno, per le caratteristiche eccezionali che portano dentro, nonostante le enormi difficoltà sopra evidenziate.

Il Calcio, una sintesi

Il Calcio è lo Sport più conosciuto e praticato al mondo, bellissimo, formativo, educativo.

Il calcio del primo periodo, fino alla rivoluzione del calcio totale Olandese, era prevalentemente fisico, un po’ tattico, poco tecnico e per nulla organizzato.

Il calcio di oggi si basa sulla rapidità dei movimenti, sull’utilizzo di piedi e nello stesso istante della testa per cosa/come fare, sulla velocità dei giocatori e del giro palla.

Vedere una partita una volta, fino all’incirca agli anni novanta, poteva rimanere nella storia, essere rievocata.

Oggi una famosa partita, anche vissuta con intensità, perché sembra innovativa, diversa, può essere facilmente dimenticata, perché successivamente ve ne sono diverse di simili.

Anno dopo anno, fino ad oggi, la velocità dei giocatori e del giro palla è cresciuta costantemente e l’immediatezza del tocco palla rappresenta una delle caratteristiche principali dei giorni nostri, direi una delle più significative del calcio moderno.

É difficile rispondere alle domande che tutti ci facciamo: un Campione di una volta era più bravo di un Campione di adesso, o viceversa?

Le risposte possono essere molteplici, perché i parametri di confronto sono diversi, ma, una cosa sembra mettere d’accordo la maggioranza di chi si interessa di calcio: tutto cambia e si evolve, anche i giocatori cambiano e si evolvono, quindi non si possono fare reali confronti fra passato e presente.

Si possono avere delle preferenze, delle sensazioni, delle idee, non parametri tecnici, fisici, metodologici, o culturali, di confronto.

Dovremo chiederci, nel paragone calciatori di una volta e calciatori di oggi, chi sarebbero i migliori, i più forti, se fossero nati all’incirca negli stessi anni e solo così avremo valutazioni paragonabili, attendibili.

Ai giorni nostri ci sono un maggior numero di campioni, solo perché sono più pubblicizzati, più seguiti, più portati in palmo di mano dai media, non perché rispondano a delle qualità particolari, a delle caratteristiche uniche.

Molto probabilmente perché giocano più partite, oltretutto molto seguite dai media.

Oggi è sufficiente fare delle “grandi” partite, anche in pochi anni e, magari, nella stessa competizione, per essere considerato, erroneamente, un Campione.

Ma, non è così, una volta i campioni vincevano su diverse competizioni, nazionali, internazionali, intercontinentali, oggi si vince magari in una sola di queste competizioni.

Ma, questa, è una differenza enorme, da tenerne sicuramente conto, nelle riflessioni, nelle valutazioni, nei vari ragionamenti inerenti il gioco del calcio.

Da all’incirca il duemila c’è più fisicità, si è più atleti, più preparati alla continuità dello sforzo fisico e mentale, ai mutamenti di gioco in campo.

Un excursus sulle tattiche, sugli schemi, sui metodi, applicati al calcio mi porta a ricordare che, nei primi anni, c’era la Piramide di Cambridge, poi il sistema di Chapman, poi le innovazioni di Herrera, di Gipo Viani, del calcio Olandese, bellissimo, opposto al difensivismo all’italiano, della filosofia Sacchi e della scuola Guardiola.

Dopo 157 anni, da quando a Londra si riunirono dodici persone di alcune delle società calcistiche inglesi, per scrivere le norme principali, i regolamenti base, del gioco del calcio, di “acqua sotto i ponti” ne è passata tanta e, nonostante i tanti anni, norme e regolamenti non sono cambiati sostanzialmente, anzi, hanno subito limitate reali modifiche.

Ci sono stati dei semplici cambiamenti, dei passaggi su specifiche tematiche, dei percorsi un po’ diversi, che sintetizzo: nei primi decenni il calcio aveva pochissime regole, perché il giocatore che portava il pallone andava verso la porta avversaria, senza schemi, senza idee di gioco di squadra, senza nessuna geometria e, peggio per il gioco di squadra, poco o nulla si interessava dei compagni.

Successivamente, dopo all’incirca il 1863, il calcio ha avuto una continua evoluzione in senso difensivistico, per rinforzare sempre di più la fase difensiva, basti ricordare che all’inizio, a parte il portiere e due difensori, gli altri otto giocatori erano votati ad attaccare, ad andare verso la porta avversaria, addirittura mirare verso il portiere.

Gli scozzesi inventarono, anzi, furono gli artefici dell’invenzione e messa in pratica della manovra, basata su passaggi e scambi di pallone fra i compagni di squadra (il passing game).

Da qui l’inizio della vera evoluzione tattica, lenta, ma efficace, portata avanti maggiormente da studenti universitari di Cambridge, che mettevano il portiere in porta, due difensori davanti a lui, tre giocatori davanti a questi due, per impossessarsi del pallone proveniente dai difensori e passarlo ai cinque attaccanti, che puntavano anche individualmente la rete avversaria.

Era una piramide, ben visibile.

L’Italia sintetizzò questa scuola di pensiero in uno schema: due-tre-cinque, per poi passare dopo la prima guerra mondiale al metodo di gioco, e, successivamente, al sistema di gioco.

Il metodo venne definito modulo a W, in quanto i giocatori in campo disegnavano due W poste l’una sull’altra.

Il giocatore più in vista, punto di riferimento della squadra, era il centromediano metodista, ruolo importante che faceva quello che oggi fanno il centrale di difesa e la mezz’ala di raccordo.

Tralasciando, non perché poco importante, ma per non dilungarmi troppo, ricordando comunque l’importanza della rilucente e significativa scuola danubiana ed il Wunderteam austriaco che la metteva in pratica, fu la Nazionale di Vittorio Pozzo – che vinse due campionati mondiali consecutivi nel 1934 e nel 1938 e la medaglia d’ora alle Olimpiadi del 1936 – il maggior interprete di questa scuola, magari un po’ modificata con più chiusure verso il centro della propria area nella fase difensiva e maggior spinta, maggior impegno al contropiede veloce, magari con improvvisi capovolgimenti di fronte.  

Sintetizzando direi che l’evoluzione del gioco del calcio, inteso come oggi noi lo intendiamo, parte dai college inglesi, all’incirca a metà del milleottocento.

Fino agli anni trenta del ventesimo secolo domina il sistema piramidale, poi si passa al WM e successivamente al Metodo, scuole di pensiero un po’ diverse nella disposizione dei giocatori in campo, simili nella concezione del giocatore atleta, veloce, capace di giocare in squadra.  

La resistenza per tutti i novanti minuti, la velocità di giocatore e palla, la massima attenzione e partecipazione al gioco difensivo sono aspetti dominanti dal dopoguerra in poi, con un crescendo esponenziale.

L’unione sovietica applica al calcio studi scientifici, statistici, destinati al calcio moderno.

Direi che sono le basi (troppo poco ricordate dagli addetti ai lavori) per coniugare sforzo e testa, capacità e flessibilità, idee e razionalità.

Gipo Viani, poco prima del 1950, rendendosi conto che aveva un parco giocatori modesto, rispetto ad altre squadre ben più attrezzate, decise di giocare con un difensore in più.

Schierava con il numero 9 un giocatore, che non era un attaccante, ma aveva caratteristiche di difensore a uomo e lo piazzava a controllare, a marcare, il centravanti avversario, liberando il proprio centromediano di giocare a uomo che, mettendosi alle spalle degli altri difensori, li aiutava all’occorrenza, specialmente quando un compagno veniva saltato o era in difficoltà.

L’Inter dei due scudetti consecutivi del 1953 e 1954 giocava con il famoso catenaccio, in altri termini con un difensore in più libero, dietro a tutti gli altri.

Un’altra rivoluzione la troviamo in Sud America, all’incirca nel 1960, ideata e applicata dal Brasile, che faceva giocare quattro difensori (due terzini e due centrali), due mediani (uno più difensivo, l’altro più con vocazione d’attacco), quattro attaccanti.

Rinus Michels, seguito da Johan Cruijff, ha inventato calcio, nel senso che ha messo in pratica una tattica diversa, un modo di giocare diverso, un metodo innovativo, moderno, di muoversi con e senza pallone, una rivoluzione del gioco del calcio si potrebbe dire, prima culturale poi tecnica. Prevedeva una intercambiabilità di funzioni fra i giocatori in campo, anche il portiere poteva usare i piedi, uscire dalla propria area per partecipare alla manovra. I difensori appoggiavano, aiutavano, gli attaccanti e gli attaccanti retrocedevano a coprire la propria area, ad aiutare i difensori, applicando di conseguenza un calcio totale, con grande dispendio di energie, innovativo, particolare, bellissimo ed entusiasmante da vedere.

Era un tipo di calcio fortemente legato all’abilità dei singoli giocatori, tanto che fallirono i vari tentativi di copiarlo fuori dall’Olanda.

Arrigo Sacchi, anni novanta, per fare uno degli esempi più significativi e pragmatici della storia del calcio moderno, utilizzando anche la didattica, ha fatto vedere un gioco nuovo: il gioco di Squadra, dove un giocatore aiutava l’altro, dove i giocatori dovevano essere sincronizzati testa e piede, velocità e schemi, occupazione degli spazi e armonia negli spostamenti, stesso modulo indipendentemente se all’inizio o a fine partita, indipendentemente dal risultato sul campo.

Sacchi condivideva con i giocatori anche il gioco lento, ma con continuo possesso palla.

Sacchi viene ricordato come uno degli allenatori che hanno inventato qualcosa di nuovo nel gioco del pallone, meglio dire nel gioco di squadra.

Guardiola, fortissimo e vincente su tutti i palcoscenici dove ha allenato e allena tutt’ora, è uno dei più affermati, trionfanti, capaci, stimati, allenatori al mondo da quando ha iniziato questa straordinaria professione.

Guardiola è universalmente riconosciuto e definito un allenatore con una filosofia calcistica in costante mutamento, innovativo e pragmatico.

Ha inventato un nuovo modo di far giocare a calcio tutte le sue squadre, che, in estrema sintesi significa: possesso di palla, velocità di esecuzione, rispetto degli schemi, ma, con libertà di inventiva del singolo in fase di attacco. in fase di impostazione mediano e terzino si avvicinano, con l’obiettivo di creare ancora più densità centrale. In fase di costruzione i due centrali difensivi si allargano per iniziare l’azione, poi si riavvicinano per coprire gli spazi nel mezzo. Il difensore centrale porta palla per poi fare un lancio lungo a cercare l’attaccante che attacca la profondità, sia per andare a finalizzare, sia per passare la palla al compagno che lo ha seguito, o alla mezzala avanzata o in linea, oppure passare raso terra il pallone al compagno esterno, o al centrocampista che velocemente avanza.

Infine, un breve cenno al VAR nel calcio, la tecnologia in campo, per aiutare l’Arbitro a correggere eventuali errori, ad analizzare le situazioni di gioco più controverse ed i comportamenti degli attori in campo.

Dopo aver consultato il VAR, che può essere consultato anche solo dall’addetto al VAR, senza la presenza dell’arbitro, l’arbitro può cambiare le decisioni prese in campo o suggerire provvedimenti laddove non siano stati adottati. Rappresenta l’applicazione concreta della moviola in campo. Per chi scrive il VAR potrebbe venire eliminato e si potrebbe indubbiamente continuare con uomini in campo, non hardware e software, non le tecnologie per aiutare, perché arbitri e segnalinee possono sbagliare, ma, alla fine gli errori si equivalgono.

Il calcio, a livello campetto sotto casa, o amatoriale, o dilettantistico, è entrato ed entra a far parte della vita di moltissimi di noi e, per pura informazione, nel nostro stupendo Paese ci sono oltre settemila scuole di calcio, che coinvolgono milioni di giovani e meno giovani ogni anno, un numero di scuole calcio molto vicino al numero delle nostre scuole secondarie.   

Evviva il gioco calcio.

Franco Vescovo

il CoronaVirus ci ricorda che…

… che questo è il primo Governo palesemente iper-statalista della storia della nostra Repubblica.

Esso esprime una cultura collettivista, che vorrebbe i cittadini dipendenti dalla mano pubblica e che mette in campo ricette economiche, che vanno nella direzione di un puro assistenzialismo.

Dal Governo, sentiamo continuamente invocare “più stato”, “più politica”, “più intervento pubblico” (assolutamente fuori delle logiche di mercato, oggi insostituibili), “più dipendenti pubblici” (in continuo aumento, mentre andrebbero ridotti), “più spesa pubblica corrente” (pericolosamente in costante crescita, mentre andrebbe fermata, prima che sia troppo tardi), “più soldi a tutti” (purtroppo distribuiti a pioggia, sommati confusamente a strumenti già esistenti, mentre andrebbero distribuiti su prospettive misurabili).

Inoltre, col nostro debito pubblico monstre, sentiamo continuamente chiedere più debito pubblico (il quale, all’incontrario, andrebbe dimezzato, o, come minimo, ridotto di un quarto, per allinearci ai Paesi più evoluti e più affidabili).

Debito, che, pericolosamente e con incredibile velocità, è già attorno al 160% del PIL _ rispetto al 135% del 2019 _ che significa l’Italia verso il tracollo!

E, dobbiamo dirlo con fermezza, il Governo non attua le necessarie riforme strutturali (che stiamo attendendo da troppi anni ed oggi non più derogabili), non ha una politica industriale (necessaria per orientare il processo di trasformazione strutturale dell’economia), non mette al centro l’impresa (che crea occupazione, reddito, prodotti e servizi, ricchezza del Paese), non dà priorità al lavoro ed alle attività private (che sono fondamentali).

Inoltre, purtroppo, non mette minimamente in agenda il necessario taglio della Burocrazia (dannosissima, costosissima, insopportabile, freno tirato per qualsivoglia attività e per chi ha volontà di fare, per chi vorrebbe investire).

Si nota chiaramente che il Governo non sta dando l’impulso necessario alla ricerca scientifica e industriale (indispensabili per continuare ad essere uno dei grandi Paesi), all’innovazione, alla tecnologia, alla digitalizzazione (che ci consentirebbero di modernizzare il sistema), alla crescita delle Imprese (necessarie per sviluppo e posti lavoro).

Dobbiamo ricordare e ribadire con forza, che una tragedia economica, sarebbe una tragedia sociale, un dramma per la stragrande maggioranza dei cittadini.

Avremo assoluto bisogno di rendere velocemente efficiente, di modernizzare, meglio dire di ridisegnare, la macchina pubblica, quella legislativa, quella fiscale (che, oltre allo strumento necessario per il gettito, dovrebbe essere una leva di competitività), rivedere radicalmente il sistema di lavoro dei dipendenti pubblici (oggi anacronistico), ma, di tutto questo, non si intravede nulla.

Dovremo adeguare anche i contratti di Lavoro dell’industria, formulati quando era prevalente nelle fabbriche il modello fordista-taylorista, mentre oggi dovremo ragionare di Digitale, di Smart manufacturing, di Metodologie di processo, di Produttività, di Corresponsabilità, ed altro.

Se non si cambia velocemente rotta, se non avremo un nuovo Governo con una visione “non statalista” (da rimarcare che l’economia non si salva e tantomeno si sviluppa con lo statalismo), ci dimenticheremo per parecchi anni quello che eravamo fino ad oggi: la sesta potenza al mondo, un tenore di vita in linea con i Paesi più evoluti, una riconosciuta inventiva ed una capacità di realizzare soluzioni, prodotti e servizi apprezzati e acquistati in tutti i continenti, un export con significativi numeri in continua crescita, una adeguata assistenza sociale.

Inoltre, ci dimenticheremo che eravamo fra i primi al mondo nei diversi settori del manufacturing, del food, dell’abbigliamento, dell’arredo-legno, della plastica, dell’edilizia, delle costruzioni navali, delle lavorazioni di oro e materiali preziosi, del turismo, tanto per ricordare i più significativi.

Continuando così potremo, in breve tempo, diventare una società assistita, dove la maggioranza dei poco produttivi, dei tira a campare, dei non produttivi, diventerebbe predominante, con la conseguenza che il nostro star bene verrebbe velocemente ridimensionato e saremo dominati da lenta recessione e da debiti.

I nuovi assistiti vivrebbero in una situazione di dipendenza dalla mano pubblica, con modeste capacità di spesa e, più di qualcuno, con disagio sociale.

Si consumerebbe il dramma che l’assistenzialismo di chi lavoricchia, o non lavora, o è inefficace, diventerebbe maggioranza nel Paese e convivrebbe con la minoranza di chi lavora, rischia, investe, crea occupazione, produce valore, genera ricchezza, sopporta la esasperata burocrazia ed i tempi biblici della giustizia, di chi paga le tasse (molto alte, se paragonate a quelle di altri Paesi).

Cosa aspetta il Governo a ridimensionare Quota100 (che non ha funzionato e non funziona, ci costa non poco, ha appesantito il sistema delle Pensioni, ci priva delle risorse umane necessarie ed ancora in età di poter esprimere con vigore le proprie caratteristiche, un regalo ai dipendenti pubblici), a cancellare i Navigator (un fallimento annunciato, un qualcosa di demotivante, ingiustificati costi per la collettività), a dire basta alle continue assunzioni di dipendenti pubblici e parastatali (con costi non più sostenibili nei prossimi anni), a fermare la crescita del già impressionante debito pubblico (tangibile rischio di tracollo per il Paese), a eliminare l’idea di statalizzare e di nazionalizzare (improponibili ai giorni nostri e con immediati e futuri danni per il Paese, facili da immaginare).

Ma, preoccupa anche la miopia di chi ci governa, che non avvia un minimo progetto di “semplificazione”, che renderebbe più alacre e dinamico il Paese.

Se poi aggiungiamo, ma speriamo sia stata una “svista”, perché sarebbe difficile da razionalizzare, che la responsabilità di avere un lavoratore dipendente contagiato da CoronaVirus è del Datore di lavoro, dell’Imprenditore, di chi crea Economia, Occupazione e Benessere, saremo all’incredibile, al patologico.

Si, saremo al patologico, perché l’imprenditore, che già è un “eroe” a fare impresa in Italia, si dovrebbe trasformare in un premio Nobel della medicina e dimostrare che il contagio non è avvenuto in azienda, accollandosi comunque, oltre al resto, obblighi, costi, perdite di tempo, maree di documenti da compilare, dispendio di energie, incertezze, ansie di come andrà a finire, togliendo preziosissimo, a volte indispensabile, tempo all’azienda.

Questo scenario ci porta a fare una considerazione matematico-metodologica: se continueremo così, se non invertiremo velocemente la rotta, fra all’incirca sei-cinque anni, non ce la faremo più a pagare (a rimborsare) chi ha lavorato, lavorato pagando impegnativi contributi per avere una pensione, e non avremo più i servizi essenziali, le basi sociali della libertà democratica, e i fondamentali di un Paese civile.

Si nota che in diverse persone c’è volontà, potremo dire adeguata consapevolezza, a pensare, riflettere, elaborare scenari percorribili, a individuare miglioramenti, innovazioni e cambiamenti organizzativi ed operativi nelle Aziende, tanto che, durante alcuni confronti fra Manager e Consulenti d’impresa, che operiamo maggiormente nel  Manufacturing, è chiaramente emerso, con numeri alla mano, che ci sono potenzialità inespresse e indubbie opportunità da poter cogliere, a patto che siano messe in primo piano le Infrastrutture (come volano immediato di economia e occupazione), le Imprese ed il Lavoro (come motore di continuità e di veloce ripartenza), il Turismo (come risorsa immediatamente disponibile, da sfruttare subito), la Scuola (come fattore indispensabile per tenere il passo coi tempi, anche realizzando poli universitari di eccellenza internazionalmente competitivi), la Ricerca (come fattore chiave per lo sviluppo di oggi ed in prospettiva), la Pubblica amministrazione (come drastico cambiamento di metodo, di efficienza, di servizio ai cittadini, di minor dispendio di energie per tutti).

Siamo convinti che le imprese, con i riconosciuti Valori che le hanno sempre caratterizzate, potranno recuperare. entro la fine del prossimo anno, buona parte del business lasciato per strada in questo anno.

Gli italiani del settore privato hanno caratura, spessore, caratteristiche, impegno, mezzi e metodi per realisticamente poter cogliere le notevoli opportunità che ci sono e che si stanno velocemente presentando, oltre a quelle che emergeranno dai continui studi e ricerche che giorno dopo giorno imprenditori e aziende mettono in campo, e potremo diventare anche un Paese attraente per gli investitori, che oggi non vengono certo da noi, con il rischio Paese che stiamo attraversando.

Ovviamente, questo vale per le persone (e sono la grande maggioranza) che hanno volontà, coraggio, intraprendenza, capacità, voglia di mettersi in gioco, o per chi ha “fame” di risultati, di successo, di misurarsi sui numeri.

Riscoprire la consapevolezza che – con le PMI a quasi il 70% del valore industriale non-finanziario ed all’incirca all’80% della forza lavoro – siamo in grado di competere con prodotti e servizi di riconosciuta alta qualità in tutti i Paesi del mondo, darebbe la necessaria fiducia e la relativa spinta alle Regioni più dinamiche ed alle Regioni oggi meno dinamiche e meno pronte a competere.

Fiducia, in quanto l’Italia ha un vigoroso e invidiabile settore privato, solide basi tecnologiche, affermata creatività, invidiata cultura (abbiamo circa il 60% del patrimonio artistico della terra), dimostrate capacità di fare quello che i vari momenti richiedono, di essere uno dei Paesi più importanti dell’universo.

Fiducia, che arriva anche dal neo-Presidente di Confindustria che, con forza – e questo non accadeva da almeno dieci anni – ha giustamente criticato il Governo, ad esempio, sulla politica assistenzialista, sulla ipotesi di entrata dello stato nel capitale delle aziende private che vengono aiutate, sulle statalizzazioni, sulle nazionalizzazioni, sulle tasse, sull’Irap, sul reddito di cittadinanza (più realisticamente potremo definirlo reddito di fannullaggine per buona parte dei casi e che rappresenta un costo continuo ed un tangibile disincentivo a cercar lavoro).

Fiducia, che proviene dalla nuova generazione, all’incirca 23-43 anni, che, come dimostrato, hanno le giuste capacità e qualità per essere artefici della ripartenza e dello sviluppo dell’Italia, specialmente se aiutati, ripeto aiutati, non coordinati o condotti, da anziani che mettano a disposizione le loro conoscenze ed esperienze, per essere utilizzate a produrre beni e servizi, ad aiutare chi lavora.

Fiducia nelle Persone che lavorano, specialmente nel privato, che creano quelle straordinarie eccellenze del Made in Italy, apprezzate e acquistate nel mondo.

Fiducia che, sui paradigmi richiamati, potremo continuare a produrre risultati in linea con i Paesi più evoluti, più dinamici, più competitivi e ripartire da subito, dopo la “pausa” per CoronaVirus, con le nostre capacità, qualità, coraggio, intraprendenza, che ci contraddistinguono, e con meno incertezze sul nostro futuro.

La crisi economica, le sue radici, le possibili soluzioni

Fin dall’inizio della rivoluzione industriale si parlava di sopravvivenza dell’impresa e si stimava l’efficienza relativa di differenti dimensioni di impresa, per capire se questa industria poteva o meno essere concorrenziale, in altri termini, se aveva o meno la forza di vivere o sopravvivere.

Le imprese industriali venivano divise in classi dimensionali ed in classi di costi di produzione, ed una diminuzione della quota nel tempo indicava una dimensione inefficiente e viceversa.

Interpretavano la dimensione come portatrice dei vantaggi sistematici nelle attività di ricerca, nella raccolta di fondi, nella pubblicità, nella diversificazione, nella possibilità di rischiare nuovi prodotti, nella velocità di crescita di alcuni lavoratori, potendo scegliere fra tanti.

In altri termini, le grandi imprese erano viste semplicemente come raggruppamenti di piccole imprese, ma con le economie di scala, già allora concettualmente presenti.

Anno dopo anno questi confronti, queste teorie, queste visioni, venivano smentite totalmente, o in parte, in quanto, sempre di più fino ai giorni nostri, era il marketing, ovviamente abbinato al prodotto, a consentire ad un’impresa di svilupparsi, in alcuni casi di esplodere in positivo, in altri, se errato, o fuori mercato, morire.

E via in questo affascinante, indubbiamente teorico, ma, pieno di razionalità e di forti motivazioni, dialogo e confronto.

È utile, è opportuno, ricordare gli anni settanta, per farci una ragione che oggi potremo farcela, anzi, sicuramente possiamo farcela, nonostante la pandemia mondiale, l’incapacità dei politici europei e italiani in primis, la straordinaria crescita dei Paesi emergenti.

Negli anni settanta l’economia era messa a dura prova dal continuo aumento del prezzo del petrolio, dalla fragilità della manifattura in Italia, dalla contrapposizione sindacato / impresa, dalla scuola che non si sapeva adeguare ai tempi, dalla non organizzazione dello Stato, per citare le più significative.

Poi, come sempre non esiste il motto perpetuo, ne venimmo fuori, perché rientrò la crisi del petrolio, ma, soprattutto iniziarono ad essere sperimentate e utilizzate nuove tecnologie.

Oggi, la consapevolezza che si parli troppo poco, o non se ne parli affatto, di Impresa, di Imprenditori, di coloro che ci hanno consentito di migliorare, crescere, sviluppare, esprimere le proprie potenzialità, modernizzare, vivere bene, avere le basi per una vera società civile, preoccupa al punto tale di non aver nemmeno il coraggio di reagire, reagire al farci sovrastare da chi parla, da chi dialetticamente si mette in mostra, da chi esprime solo vocaboli, da chi urla di più, senza però fare nulla di concreto.

Oggi si è costretti a riparlare di sopravvivenza, visto che avremo assoluto (imprescindibile) bisogno di rendere velocemente efficiente, di modernizzare, meglio dire di ridisegnare, la macchina pubblica, quella legislativa, quella fiscale, di rivedere radicalmente il sistema di lavoro dei dipendenti pubblici, di creare delle università di eccellenza, di ridurre la spesa pubblica corrente, di avere una classe politica degna di questo nome, di avere dei dirigenti pubblici diversi da quelli che, purtroppo, vediamo o non vediamo, anche se sappiamo che ci sono e ci costano, ma, di tutto questo non si intravede nulla.

La storia ci insegna che le persone di talento hanno capacità di visione, non si arrendono, cercano nuove strade, mettono in moto scenari, costruiscono valori.

Il nostro futuro sono le prospettive: scommettere sui giovani, sugli imprenditori, su chi crea economia e lavoro, su chi guarda avanti lavorando, facendo, costruendo, non aspettando gli altri, che non esistono.

Il nostro futuro lo avremo se sapremo con forza e velocissimamente dire basta ai parassiti della società, a chi sparla solo, a che vive troppo bene di sole parole, mai di fatti sostanziali, ai signori del no, oggi malauguratamente di moda.

L’Europa e l’Italia verranno marginalizzate dallo spostamento dell’economia verso Paesi nuovi, se non interverremo con idee, con slancio, con creatività, più uniti di oggi, con programmi uniformi, senza paura di commettere errori, che ci stanno, puchè fisiologicamente contenuti entro i conosciuti parametri.

La continua nascita di strumenti finanziari è stata il paravento dell’inizio del declino dell’Economia e del Lavoro in Europa, spostati verso altri lidi, senza che magari ce ne rendessimo conto appieno e intervenissimo con convinzione e mettendo in pratica correttivi.

Partendo dal dato che la produzione manufatturiera mondiale è cresciuta negli ultimi dieci anni, la dimostrazione di alcune difficoltà che ci stanno (che ci dovrebbero stare) a cuore, sono rese evidenti dal calo di all’incirca 16 punti percentuali degli investimenti mondiali verso l’Europa negli ultimi dieci anni, rispetto alla crescita nello stesso periodo di all’incirca 10 punti percentuali verso altri Paesi, ad esempio Asia, Russia, Brasile, ecc.

Si sono spostate e, peggio, si stanno spostando, intere produzioni.

Se poi osserviamo la Produzione mondiale dell’industria manufatturiera vediamo che è cresciuta negli ultimi dieci anni a doppia cifra in Cina, più del tre percento in India, in Brasile, e in alcuni altri lontani Paesi, mentre è diminuita in Italia di circa il due percento.

In America, per rammentare un dato statistico utile, è diminuita di, all’incirca, dieci punti.

In dieci anni i volumi delle transazioni economiche di prodotti manufatturieri è più che triplicato nei Paesi emergenti, mentre è soltanto raddoppiato nei Paesi avanzati.

Nel nostro grande Paese le imprese che nascono sono inferiori alle imprese che spariscono e, per citare un numero, nell’ultimo triennio sono all’incirca trentamila le imprese che hanno definitivamente chiuso i battenti.

Ma questa non è la fine del mondo, ci può stare, se sapremo trovare strade alternative.   

Il computer prima, internet poi, l’innovazione tecnologica ed il digitale ora, hanno consentito una continuità economica in linea con le attese del mondo occidentale e consentono ancor oggi di poter competere e vincere.

Ma ci dovremo obbligatoriamente chiedere per quanto tempo ancora.

Nel nostro Paese, ma anche, se pur non trasversalmente così in Europa, tutto dipenderà dal valore che daremo all’impresa ed all’Imprenditorialità, alla meritocrazia ed alle iniziative private, all’Università ed alle Facoltà di eccellenza, a chi ha voglia di fare rispetto ai parassiti, a chi vuole avere un recupero, obbligatoriamente ricambiato, nella ormai dilagante sfiducia nello Stato e nella giustizia.

E, tantissimo dipenderà da come sapremo eliminare, anche parzialmente, la nostra assurda, inspiegabile, burocrazia: vero freno a mano, vera demotivazione a fare, vero disincentivo a investire, veri costi diretti ed indiretti inutili, dimostrato disincentivo a guardare avanti con fiducia, basi essenziale del fare.

Ma, molto dipenderà dall’Italia e dall’Europa, se sapranno trovare un modo inedito di un nuovo modello produttivo, di un innovato modello economico e del lavoro, di mettere in pratica una vera politica industriale in grado di realizzarlo, di credere assolutamente nel privato.

Si dovrà partire dall’innovazione, mettendo concrete basi di ricerca ed operative, come dimostrano millenni di storia, si dovranno dare assolute priorità alla capacità di riorganizzare e innovare il modo di produrre, le attività produttive, le tecnologie ed i materiali da adottare.

Per il nostro Paese, dovremo obbligatoriamente valorizzare ancor di più intraprendenza, creatività, design, qualità di prodotto e di servizio, in estrema sintesi le nostre dimostrate e riconosciute nel mondo capacità, e tutto questo ci consentirà di ripartire, senza troppa paura e preoccupazione per il nostro immediato futuro.